Venticinque anni di attività non rappresentano solo un pregresso importante per stilare un bilancio lucido ed esaustivo del settore nel quale si opera, ma anche un punto di osservazione privilegiato per gettare uno sguardo al futuro, soprattutto in un periodo di cambiamenti epocali come quello che stiamo vivendo. In questo senso, il Direttore Generale di SCF Mariano Fiorito ha le idee ben chiare – come è emerso, del resto, in occasione del suo intervento all’ultima edizione della Milano Music Week – su quale sia l’orizzonte verso il quale chi lavora nel settore dei diritti connessi è tenuto a guardare: da una sana interoperabilità delle diverse collecting a favore non solo degli utilizzatori, ma anche degli stessi mandanti – nell’ottica di una minimizzazione dei fenomeni di elusione – all’utilizzo consapevole della tecnologia, passando per un’osservazione attenta (ma scevra da pulsioni ideologiche) dell’evoluzione della Gen AI in ambito musicale e un’attenzione particolare agli ambiti in grado di offrire, oggi, ampi margini di crescita. Restando, in ogni caso, aderenti al proprio mandato, che – in ultima analisi – resta quello di una crescita organica e sostenibile dell’intera filiera discografica. Perché, è importante ricordarlo, “l’obiettivo non è far crescere i numeri a tutti i costi, ma…”.
In occasione del panel “Il futuro è connesso”, tenuto nell’ambito dell’ultima edizione della Milano Music Week, ha parlato di “collaborazione sana” tra collecting per raggiungere la “centralizzazione e l’ottimizzazione per gli utilizzatori”: quali sono, a oggi, le prospettive concrete per centrare questo obiettivo?
Le prospettive concrete ci sono, ma richiedono molto pragmatismo. Più che grandi annunci, serve un lavoro quotidiano fatto di processi che funzionano, dati affidabili e relazioni costruite nel tempo. È lì, nel concreto, che la collaborazione smette di essere uno slogan e inizia davvero a creare valore per tutto l’ecosistema musicale. Quando parlo di “collaborazione sana” tra differenti società di gestione collettiva, penso a un cambio di paradigma che è già in corso, anche se il percorso non è avulso da fatiche e non sempre evidente all’esterno. Oggi esistono basi reali su cui lavorare, e queste si sviluppano su tre piani principali. Il primo è quello operativo. In Italia il sistema dei diritti è storicamente frammentato per tipologie di diritto e per repertori, ma questa complessità non può ricadere sugli utilizzatori di musica. Collaborare significa infatti ridurre le sovrapposizioni inutili e costruire soluzioni pratiche: interoperabilità tra sistemi, sportelli unificati, procedure coordinate di rendicontazione. Non vuol dire rinunciare alla propria identità o al proprio ruolo, ma rendere il sistema più leggibile e più semplice per tutti gli attori: broadcaster, piattaforme Web ed esercizi commerciali. Il secondo piano è quello tecnologico. Qui la centralizzazione non va intesa come una concentrazione di potere, ma come la condivisione delle infrastrutture fondamentali. Banche dati che dialogano tra loro, standard comuni per i metadati, sistemi affidabili di identificazione delle opere e delle registrazioni non sono più un’opzione, ma una necessità che la tecnologia oggi permetterebbe senza sacrificare l’autonomia dei singoli soggetti; quello che serve è tuttavia la volontà di investire insieme e di accettare regole comuni. È probabilmente questo il vero snodo per migliorare l’esperienza degli utilizzatori: meno duplicazioni, meno errori, più certezza del diritto. Infine, c’è un tema culturale e di governance. Una collaborazione davvero sana richiede trasparenza reciproca e un approccio orientato al mercato, non alla contrapposizione ideologica. Le collecting non sono soltanto organismi di tutela, ma anche fornitrici di servizi per un’industria che sta cambiando molto rapidamente. Se chi utilizza musica percepisce il sistema come inefficiente o conflittuale, il rischio è che cerchi scorciatoie o si allontani dal perimetro della legalità. Al contrario, un sistema complessivamente più efficiente rafforza la compliance e, nel medio-lungo periodo, tutela meglio anche chi quei diritti li detiene.
I recenti accordi delle major con Udio – e di Warner Music con Suno – stanno riscrivendo molto velocemente il rapporto tra settore discografico e AI generativa: con il vostro CdA pronto a “valutare e, se necessario, adeguare” le vostre policy in essere al riguardo, ritiene che in un prossimo futuro sia necessario prendere provvedimenti specifici, su questo fronte?
Il tema dell’AI generativa non è più una questione teorica o prospettica, ma è già un fattore che sta incidendo in modo concreto sui modelli di produzione, distribuzione e utilizzo della musica. Gli accordi siglati dalle major con Udio e Suno vanno letti proprio in questa chiave: non come una resa, ma come il tentativo di riportare un fenomeno inevitabile e avanzato dentro un perimetro regolato e concordato. Detto questo, è chiaro che il quadro attuale richiede grande attenzione e, con ogni probabilità, interventi mirati. Quando a livello di Consiglio di amministrazione SCF si parla di “valutare e, se necessario, adeguare” le policy esistenti, non è una formula di rito: è la presa d’atto che le regole nate per un ecosistema analogico, o anche per il digitale tradizionale, oggi non bastano più. Oggi l’utilizzatore si trova di fronte a uno scenario completamente diverso rispetto al passato: può scegliere tra musica tutelata dai diritti, repertori definiti “royalty-free” – che in realtà non sono mai davvero free, ma regolati da licenze specifiche – e, sempre più spesso, contenuti musicali generati integralmente da sistemi di intelligenza artificiale. In questo contesto, le policy esistenti devono essere in grado di governare non solo l’uso della musica, ma anche processi in cui l’AI genera, rielabora e apprende a partire da contenuti protetti, con confini giuridici ed economici ancora in via di definizione. Riconoscere questa complessità è il primo passo per evitare zone grigie che rischiano di creare incertezza sia per chi utilizza musica sia per chi quei diritti li detiene. C’è poi un nodo fondamentale che riguarda il ruolo delle società di gestione collettiva. In un contesto in cui i confini tra creazione umana, rielaborazione algoritmica e sfruttamento commerciale della musica diventano sempre più difficili da distinguere, le collecting hanno la responsabilità – e mi viene da dire l’opportunità – di contribuire alla definizione di regole condivise. Questo significa dialogare in modo strutturato sia con gli altri operatori dell’industria discografica sia con i nuovi operatori tecnologici, cercando punti di equilibrio concreti. Non si tratta di sostituirsi al legislatore, ma di mettere a disposizione del mercato soluzioni operative, strumenti e modelli che rendano il sistema più comprensibile e governabile, soprattutto per chi utilizza musica in modo professionale. Come sempre dico, l’innovazione ha senso solo se è in grado di generare valore sostenibile per tutti gli attori della filiera musicale.
L’adozione della tecnologia è, per SCF, l’arma migliore per efficientare i processi, costare di meno e – di conseguenza – abbassare gli aggi: in futuro, quali sono i settori per i quali – in virtù delle relative tendenze e peculiarità – è più probabile aspettarsi riduzioni?
Io parto sempre dal concetto che la tecnologia non è un fine, ma uno strumento molto concreto per rendere i processi più efficienti, ridurre i costi operativi e, di conseguenza, intervenire sugli aggi in modo responsabile. Detto questo, è importante chiarire che eventuali riduzioni non possono essere generalizzate né automatiche, in quanto dipendono dalle caratteristiche dei singoli settori e dal livello di maturità tecnologica che ciascun ambito riesce a raggiungere. In prospettiva, i settori in cui è più realistico attendersi margini di riduzione sono quelli caratterizzati da elevati volumi, processi standardizzabili e flussi di utilizzo sempre più tracciabili. Penso, ad esempio, ai grandi utilizzatori strutturati, come broadcaster dove l’automazione della rendicontazione, l’integrazione diretta dei sistemi e l’uso di dati sempre più granulari consentono di abbattere costi di gestione, verifiche manuali ed errori. Un altro ambito rilevante è quello delle utilizzazioni commerciali ricorrenti, dove l’adozione di strumenti digitali per la gestione delle licenze, dei pagamenti e dei controlli può ridurre in modo significativo il costo amministrativo unitario. Qui la tecnologia permette di passare da una logica “caso per caso” a una gestione scalabile, con benefici evidenti sia per la collecting sia per l’utilizzatore. Nei settori più frammentati o meno strutturati il tema centrale, quando si parla di possibili riduzioni dell’aggio, è soprattutto il costo della raccolta. In un Paese come l’Italia, caratterizzato da una diffusione capillare di piccole e piccolissime imprese su territori molto diversi tra loro, l’attività di presidio, censimento, informazione e gestione degli utilizzatori incide in modo rilevante sui costi complessivi. È lì che si concentra la parte più onerosa del processo. Per contro, a fronte delle somme raccolte in questi ambiti, la fase di ripartizione non presenta generalmente costi particolarmente elevati, anche perché si basa spesso su logiche non analitiche e su criteri standardizzati. Questo rende ancora più evidente come l’efficienza – e quindi l’eventuale spazio per una riduzione dell’aggio – dipenda in larga misura dalla capacità di ottimizzare i processi di raccolta. In questo scenario, prima di ipotizzare riduzioni strutturali, è necessario investire in tracciabilità, qualità dei dati e strumenti condivisi, con l’obiettivo di abbattere progressivamente i costi di raccolta. Solo intervenendo su questo parametro-chiave è possibile costruire un modello più sostenibile e, nel tempo, trasferire i benefici dell’efficienza anche agli utilizzatori.
Sempre durante il panel “Il futuro è connesso” ha parlato di Web e public performance come di segmenti “ancora non presidiati al meglio”: crede sia lecito attendersi, nei prossimi anni, un aumento nelle ripartizioni riguardanti questi ambiti? O ci sono fattori che possono concorrere a normalizzare i numeri anche su questi fronti?
Quando parlo di Web e public performance come di ambiti “non ancora presidiati al meglio”, non intendo una mancanza di attenzione, ma il fatto che esistano ancora ampi margini di miglioramento, soprattutto sul fronte della semplicità, della copertura e della qualità dei dati. E da questo punto di vista, un eventuale aumento della raccolta passa necessariamente da una semplificazione reale per gli utilizzatori, in particolare per quelli meno strutturati. Le esperienze estere mostrano chiaramente che la crescita non deriva tanto da un inasprimento delle regole, quanto da modelli più semplici e leggibili. La licenza unica e la raccolta centralizzata di tutti i diritti rappresentano, in questo senso, due strumenti fondamentali: riducono la complessità, abbassano le barriere all’ingresso e favoriscono una maggiore compliance. Quando l’utilizzatore capisce facilmente cosa deve fare, a chi deve rivolgersi e per cosa sta pagando, il sistema funziona meglio per tutti. Questo vale in modo particolare per la public performance, dove la frammentazione dei diritti e degli interlocutori rischia di diventare un deterrente, soprattutto per le realtà più piccole. Un approccio più integrato renderebbe il presidio più efficace e, di riflesso, inciderebbe positivamente anche sulle ripartizioni. A questo si aggiunge un tema spesso poco affrontato ma centrale: alcune tariffe del diritto connesso oggi in vigore risalgono a oltre vent’anni fa. Sono state definite in un contesto di mercato completamente diverso e, in molti casi, soffrono di una vera e propria obsolescenza. Una revisione di queste tariffe, che tenga conto dell’evoluzione dei modelli di utilizzo e del valore economico attuale della musica, è un passaggio necessario per riportare equilibrio tra royalty pagate dagli utenti e sostenibilità del sistema. In sintesi, è plausibile attendersi nei prossimi anni una crescita più corretta e strutturata su Web e public performance, ma solo a condizione di intervenire su questi fattori chiave: semplificazione per gli utilizzatori, strumenti di licensing più integrati e un aggiornamento di regole e tariffe che risentono ormai del peso del tempo. L’obiettivo non è far crescere i numeri a tutti i costi, ma renderli più aderenti alla realtà del mercato.
In che senso l’evoluzione delle esigenze dei vostri mandanti sta plasmando le strategie per il futuro di SCF? Ed è possibile individuare una o più tendenze che possano dare un’idea della strada che la collecting verrà chiamata a percorrere, nei prossimi anni?
Oggi produttori e aventi diritto chiedono qualcosa di diverso rispetto al passato. Non si tratta più soltanto di “raccogliere e ripartire”, ma di farlo in modo sempre più puntuale, trasparente e coerente con un mercato che cambia rapidamente. Una prima tendenza evidente riguarda la qualità delle informazioni. I mandanti chiedono dati migliori, più leggibili e più tempestivi per capire da dove arrivano i compensi, su quali utilizzi si basano e con quali criteri vengono ripartiti. Questo spinge SCF a investire su sistemi di tracciamento più evoluti, su una gestione più strutturata dei metadati e su processi che riducano le zone grigie, soprattutto nei segmenti più complessi come il digitale e il Web. Un secondo elemento riguarda la flessibilità. Il mercato non è più omogeneo perché in esso convivono grandi operatori strutturati, nuove piattaforme tecnologiche e una miriade di utilizzatori più piccoli. I mandanti sono sempre più consapevoli che la tutela dei diritti passa anche dalla capacità della collecting di adattare strumenti, modelli di licensing e processi di raccolta a scenari molto diversi tra loro, senza applicare soluzioni rigide o uguali per tutti. C’è poi una crescente attenzione all’efficienza e alla sostenibilità del modello. I mandanti guardano con interesse a come la tecnologia possa ridurre i costi, migliorare l’efficacia della raccolta e, nel tempo, incidere positivamente sugli aggi. Questo orienta SCF verso scelte strategiche che privilegiano l’automazione, la standardizzazione dove possibile e la collaborazione con altri soggetti della filiera, anche su infrastrutture comuni. Infine, emerge una tendenza di fondo che riguarda il posizionamento della collecting. I mandanti si aspettano sempre di più che SCF non sia solo un intermediario amministrativo, ma un soggetto capace di leggere l’evoluzione del mercato, anticipare i cambiamenti – come quelli legati all’intelligenza artificiale o ai nuovi modelli di utilizzo della musica – e contribuire attivamente alla costruzione di regole chiare e praticabili.
Fonte: https://musicbiz.rockol.it/
